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Le mie mani, le nostre mani,  dedicato a noi donne contadine di montagna. 

 

«Non avevo mai visto il mare. Da piccolina volevo fare la maestra. Mio papà faceva l’allevatore e ho sempre odiato il suo lavoro perché non siamo mai andati in ferie. Molte volte ci prometteva: domani…».

 

Sono le parole di Stefania, una donna contadina e cuoca come me. Amo definirmi cuoca contadina, mi sento bene in questo ruolo e amo profondamente queste due parole.

 

le mie mani

 

Cuoca perché chef è troppo. A cucinare ho imparato da mamma Emma e da zia Marcellina. Mi hanno trasmesso valori, ricette, segreti e conoscenza. Non smetterò mai di ringraziarle per essere state il miglior libro di ricette, il corso di cucina e di vita più utile e la scuola di economia domestica più valida che potessi avere.

Contadina perché sono figlia di una contadina. Quando sulla nuova carta d’identità di mia mamma scrissero: Professione – Imprenditore Agricolo, lei rabbrividì. Mi ha insegnato molti mestieri. Oltre che a cucinare, mi ha insegnato a mungere, a fare il fieno e a far nascere i vitellini.

 

le mie mani

 

 

Una cosa molto utile che ho imparato da lei e che pochi sanno fare, è “palpare” il sedere alle galline per sentire se fanno le uova o se sono galline buone per preparare il brodo. Mi ha insegnato a riconoscere le piante e le erbe e a utilizzarle in cucina o per curare i piccoli problemi degli animali e delle persone.

 

Da piccola, se cadevo e mi ferivo o se perdevo sangue dal naso, lei rimediava con delle piccole foglie a forma di cuore che raccoglieva nei prati: erano le foglioline della Borsa del pastore. Quando eravamo nei prati a fare il fieno e mi veniva sete, mi faceva masticare l’Acetosella fresca, appena raccolta. Diceva che oltre a dissetare, stimolava l’appetito.

 

Da lei ho imparato come e quando seminare le cipolle, per farle crescere bene bisogna guardare il cielo e seguire la luna. Con mia mamma ho preparato il mio primo formaggio…

 

Le mie mani Deborah

 

Sempre grazie ai suoi insegnamenti so riconoscere l’odore di una che mucca sta per partorire. È difficile descriverlo, ma se lo senti una volta, poi lo riconosci. È intenso e pungente e copre quello del letame, dell’urina e del fieno. Senti mescolati insieme l’odore del sangue, della placenta, del colostro e della vita che sta per arrivare.

 

Quando ero piccolina, mia mamma mi diceva di scappare di corsa nel bosco quando gli uomini in stalla uccidevano il maiale. Sapeva benissimo che se avessi sentito le urla tremende dell’animale mentre lo sgozzavano, non avrei mai più mangiato carne in vita mia.

 

Mi ha insegnato a osservare il cielo e a seguire i ritmi della luna, amica e complice di noi contadine. E a ringraziare il cielo ogni mattina per tutto quello ho.

 

Mi ha insegnato a non vergognarmi delle mani spesso ruvide, perché sono mani pulite e belle quelle delle contadine. E delle mie mani vado fiera.

 

le mie mani Lisa

 

Essere contadine di montagna è anche questo, è il morbido e il ruvido, è vita e morte.

Contadina nel 2019 vuol dire anche essere social. A novembre ci fu la prima nevicata e quella mattina sui social c’erano moltissime foto del mondo immacolato e reso soffice dalla coltre di neve. Guardandole, decisi di pubblicarne una un po’ diversa: i miei stivali nella neve, imbrattati di letame e fieno. Quell’immagine rappresentava benissimo il mio risveglio imbiancato. Per accompagnare il post sui social scrissi: «Eh sì, essere contadine di montagna vuol dire anche letame…. Tra gli amici e le persone che mi seguono ci fu subito fermento, specialmente tra le donne: «Wow, che bello!». «Che fortunata che sei!». «Questo è vivere la natura». «Ti invidio…». Per spiegare cosa significa per me essere contadina di montagna, ho preso spunto proprio da questi commenti.

 

le mie mani Silvia

 

Gioie e dolori, letame e cielo. Agriturismo e amore, fieno e perdono. Per me, essere contadina è proprio questo.

È la faccia sconcertata degli ospiti che mi chiedono di Nicoletta, ospiti che ho servito ai tavoli la sera prima e che poi incontro al mattino davanti al pollaio o fuori dalla stalla.

È grugnire quando fuori è ancora buio e la sveglia suona, incurante del fatto che ho tirato tardi con gli ospiti dell’agriturismo…

 

le mie mani Vea

 

Dei miei quarantasei compleanni, ne ho passati più della metà in malga. Eh già, perché l’inizio di giugno per me ha sempre voluto dire alpeggio! Gli animali finalmente salgono in malga per circa cento giorni di pascolo, erba e libertà. Quanti bei momenti ho passato in malga, tra le mucche e i contadini della valle a parlare del tempo e del fieno, di manze e vitelle, di casari e formaggio. Tutti insieme, aspettavamo il frate che passava a benedire il bestiame e ricorderò sempre il profumo e il sapore della polenta intiepidita e mangiata tra le mani, con dentro un pezzo di formaggio dell’anno prima. È il ricordo di qualcosa che sa di buono, di festa e amore. Di malga, appunto.

 

Amo moltissimo i miei animali e amo le corse che fanno le galline per venirmi incontro chiedendo cibo, come fossero mesi che non mi vedono e non mangiano. Mi diverte. Osservare una gallina che corre è terapeutico, è una cura contro la tristezza, la malinconia e i cattivi pensieri.

 

M’innamoro perdutamente ogni volta che osservo gli sguardi pieni di stupore dei bambini che toccano un uovo appena deposto, lo annusano e ne sentono il tepore tra le mani. Lo pesano e lo ammirano come fosse il più grande miracolo dopo il latte che esce dalle mammelle delle mucche, premute dalle loro piccole dita. Un’altra cura per la malinconia è osservare il muso buffo di una capra che sbadiglia, e spesso trovo conforto stando vicino a un animale che rumina. In quel momento l’animale è in pace e serenità e te le trasmette.

 

le mie mani

 

Non è tutto rose e fiori avere degli animali, succedono cose che turbano e che non sono facili da dimenticare come una notte d’inverno passata in stalla con un prolasso uterino che non avevo mai visto né gestito.

 

Anche le notti insonni fanno parte del mio mondo. Quelle che passo sveglia per i parti degli animali, per l’orso, per gli ospiti dell’agriturismo che fanno tardi. O perché sento la furia della grandine che rovina gran parte del raccolto.

 

L’asino non rumina e nemmeno il cavallo. L’ovile è il ricovero delle pecore e non il luogo dove viene deposto l’uovo. Perché l’erba è verde, il latte è bianco e il burro è giallo? Il Sambuco, non il San Buco. Faccio lo sciroppo di fiori di Sambuco, non è un santo. Queste, ahimè, sono le frasi più ricorrenti con bambini e adulti che frequentano la fattoria didattica, e potrei elencarne a decine.

 

le mie mani

 

Mi si scioglie il cuore quando dei ragazzi con un cromosoma in più mi dicono che sono una cuoca bravissima, solo perché ho appena sfornato un pane soffice e profumato fatto dalle loro mani….

Sono alcune delle cose che mi fanno amare infinitamente il mio lavoro e a cui non riesco a rinunciare.

Potrei continuare all’infinito a raccontare pezzi di vita contadina, immagini ed emozioni, pensieri e sensazioni. Ho in mente e nel cuore una poesia di Mariangela Gualtieri, In quest’ora della sera. Alcuni versi recitano:

 

Io ringraziare desidero

per Borges

per Whitman e Francesco d’Assisi

per Hopkins, per Herbert

perché scrissero già questa poesia,

per il fatto che questa poesia è inesauribile

e non arriverà mai all’ultimo verso.

e cambia secondo gli uomini.

 

 

Potrei riscriverla così:

 

Io ringraziare desidero

per Stefania, per Lisa, per Deborah

per Vea, per Anna, per Silvia, per Patrizia, per Carla e per Sara

perché scrissero già questa poesia,

per il fatto che questa poesia è inesauribile

e non arriverà mai all’ultimo verso.

e cambia secondo le donne. 

 

Sono donne contadine come me. Lavorano con le mani e le loro mani le amano e con le loro mani aggiungono racconti a questo racconto.

 

Lisa

«Le mie mani sono rovinate perché qui l’agricoltura non può essere fatta con i grandi trattori ma solo con piccoli attrezzi, qualcuno motorizzato, molti manuali. Insomma, l’attrezzo mani” è indispensabile. Con le stesse mani raccolgo anche le mie erbe e i miei fiori e credo che, con un fiore in mano, tornano di nuovo belle!».

 

Anna

Mi ha raccontato che dedica tutto il suo tempo al piccolo che le è nato da poco. Le sue mani adesso sono delle bellissime mani di mamma, e non vede l’ora di tornare in stalla tra fieno, latte, animali e far sentire al suo piccolo quanto sono belle le mani di una mamma contadina.

 

Deborah

«Essere donna contadina di montagna? È quando con il marito vado a fare shopping in una stalla anziché al centro commerciale, e ci metti ore a scegliere la vacca perfetta da portare a casa».

 

Silvia

«Sono arrivata in Val di Non quasi dieci anni fa, una scelta inaspettata e forte. Le mie origini sono la terra dei due fiumi…

 

Vea

«Non sono nata contadina. In montagna ci sono venuta per amore, da una città di mare, pensando che sì, vabbè, ci vengo al maso, ma poi tutto resta com’è! Diciassette anni dopo, eccomi qui: contadina di montagna, artigiana della lana, cuoca da orto! …

 

Stefania

…Io invece ancora da piccolina volevo fare la maestra, ho sempre odiato il lavoro di mio papà! Perché non siamo mai andati in ferie, non avevo mai visto il mare. Molte volte ci prometteva: domani andiamo a fare una gita…

 

Patrizia

«Essere contadina di montagna significa libertà. La libertà di gestirmi la famiglia, la vita, la libertà di essere all’aria aperta. È stare in pace e avere dei posti che sono ancora incontaminati. È avere la tranquillità di lasciare i bambini fuori. «Il mio lavoro è avere le mani e gli scarponi sporchi di terra».

 

Carla

«Donna di montagna  dimmi chi sei, dimmi dove vai…Ma non è facile per me……Ma poi ci sono giorni che vorrei soltanto andare; andare».

 

 

Sara

«… l’agricoltura è parte integrante della mia vita, anzi ne fa parte da prima che nascessi. Sono stata cullata nel pancione della mia mamma mentre raccoglieva lamponi……La cosa bella è che oggi dopo tanti anni passati nei campi mi emoziono ancora come una bambina  quando trovo i primi frutti maturi e me li gusto come se non ne avessi mai mangiato».

 

 

Racconti di donne, racconti di vita, racconti di mani che lavorano, che curano, che accarezzano. Mani che ringraziano e mani che amano e insegnano ad amare.

 

 

Nicoletta