338.5964846 - anche Whatsapp

C’era una volta un Gelso.

Vi voglio raccontare una storia, una storia fatta di ricordi dell’infanzia, di prati fioriti, di alberi, di persone belle, di more e di vecchi racconti.

Ogni volta che passo davanti a questo vecchio gelso mi risuona nelle orecchie una filastrocca della quale ricordo però solo l’inizio e la fine,  nemmeno la memoria di mia mamma purtroppo non arriva oltre queste rime.

Faceva:    “…Eri eri chavaleri en tel pra dei mei miseri…. una la fila una la cos e una la fa el vestì da spos”

….sento la voce acuta della zia Marcellina che la recitava ogni volta che andavamo nella grande soffitta della sua casa dove un tempo tenevano i bachi da seta, i chavaleri appunto,  li tenevano su dei grandi tavoloni di legno proprio sotto il tetto.

I suoi racconti mi incantavano e riuscivo ad immaginare lei e la mia mamma intente a portare i rami carichi di foglie di Gelso da far mangiare ai bachi da seta. Tenevano in casa le giovani larve 50 giorni dopo la schiusa e poi venivano consegnati i bozzoli color oro alla Filanda di Cles.

Mi raccontava di tavoloni coperti da rami di larice e le enormi quantità di foglie di Gelso che le larve mangiavano durante la loro breve vita. Mi raccontava anche  che a Cles alla Filanda, gettavano i bozzoli nell’acqua bollente per uccidere la larva che stava diventando farfalla prima che bucasse il bozzolo, rovinando il preziosissimo filo di seta.

Andavano a raccogliere le foglie del Gelso vicino al paese dove erano coltivate le piante proprio per l’allevamento del baco da seta e mi diceva che nel fondovalle, era l’unica zona adatta a questo tipo di pianta. Era un’ integrazione al reddito delle famiglie in quegli anni non indifferente, mi diceva la zia Marcellina che un kg di bozzoli veniva pagato anche 25 lire.

E proprio sulla mia passeggiata preferita, quella che da San Giacomo porta verso Cis, a Menaia sul sentiero Val di Sole, c’era fino a pochissimo tempo fa, un prato grande e ricco di mille varietà di fiori circondato dalle coltivazioni di melo e dal fitto bosco di pini, larici e faggi..

Sul muretto di confine di questo prato c’erano da secoli ormai alcuni Gelsi, con i tronchi scavati e ruvidi e le chiome aperte e basse e ricche di more bianche e blu che coloravano le mani e le bocche di noi bambini quando andavamo a raccoglierle in estate.

Giorgio Rizzi, un grande uomo, un amico Custode Forestale, nel suo bel libro: “Sentiero Val di Sole …le sfumature del verde” scrive a proposto di questi vecchissimi Gelsi : [Speriamo che queste poche piante possano rimanere in vita nonostante la loro lunga età e le precarie condizioni, affinché con la loro presenza riescano a testimoniare un ‘attività rimasta solo nella memoria degli anziani.]

Ed è stato proprio grazie all’intelligenza, al grande cuore e al voler guardare avanti di quest’uomo, che oggi ci si può sedere sotto la chioma del più bello e vecchio di questi Gelsi.  Ci si siede su delle comode panchine di larice messe in cerchio, quasi a voler accogliere le persone sotto l’albero ad ascoltare un racconto di vita.

Questa primavera quel bel prato ricco di erbe e di fiori è stato trasformato in un meleto e tra le file di meli non c’era più spazio per questa pianta.

Giorgio ha voluto tentare di salvarla.

Ha trapiantato la pianta ancora ferma dal lungo e freddo inverno poco sopra il nuovo meleto, un tentativo ben riuscito grazie alle sue cure e attenzioni e forse anche grazie alle mie carezze e agli abbracci che dedicavo quasi tutti i giorni a questo Gelso che ha un cuore scavato nel tronco che ti fa guardare al suo interno, nella corteccia.

Se lo fissi bene da non molto lontano sembra abbia il volto di un anziano poco sotto la chioma, sopra il cuore, e a me piace pensare sia il volto del vecchio Gelso.

Una mattina di primavera, un po’ tardi a dire il vero, ho visto delle gemme spuntare dai sottili rami. Ero felicissima e ho avvisato subito Giorgio che, come immaginavo, lo sapeva già. Ora la pianta ha la sua chioma ricca di tenere foglie. Le panchine ti invitano a sederti ad ammirarla e farà da testimone negli anni e racconterà la sua storia alle tante persone che passeranno di lì.

Ho trovato tantissime curiosità su questa pianta e sono una conferma di quello che ho sempre pensato sul gelso: ho letto che non esiste un albero più paziente e saggio del gelso.
Plinio il vecchio lo definisce “sapientissima arborum”, il più saggio degli alberi perchè con pazienza attende che siano scongiurate anche le gelate più tardive per emettere il fogliame.
Il Gelso è l’ultima caducifoglia a vegetare, per i Greci è una pianta consacrata al dio Pan, ricca di simbologia, intelligenza e passione.

Il Gelso è una pianta amica della salute. L’estratto delle sue bacche svolge infatti un’azione preventiva nei confronti di diverse malattie. Grazie al suo elevato potere antiossidante, il gelso protegge cellule e tessuti dall’ invecchiamento, pulisce le arterie e protegge dai tumori, i suoi piccoli frutti sono ricchi di ferro, vitamina c e vitamina a . Per questo si tratta di un rimedio naturale utile anche a contrastare l’anemia e malattie da raffreddamento, protegge la vista.

Magari un giorno vi capiterà di passare vicino a questa pianta o se verrete in vacanza qui da noi al Solasna vi ci accompagneremo sicuramente.

Fermatevi un attimo sotto la sua chioma, abbracciate quel tronco vecchio, rugoso, duro, profumato e caldo e riempitevi il cuore di gioia e riconoscenza, di gratitudine. Fate un pensiero gentile nei confronti di chi vi permette di conoscere la sua storia e tornerete a casa con la speranza, la fiducia e la voglia di credere che alcuni desideri si realizzano se ci si crede.

Nicoletta